Guardare il mondo attraverso la lente di ingrandimento dei social ci dà un buon modo di capire come funziona.
è come avere un perenne osservatorio del comportamento umano.
Tra l’altro non filtrato dalle attenzioni che in genere le persone pongono quando si trovano faccia a faccia con altri individui della propria specie.
Due episodi in una settimana.
Uno riguarda la sempre più presente AI.
Come spesso succede quando arriva una tecnologia così dirompente.
C’è chi ne è entusiasta, chi la ignora e chi la detesta.
Quando c’è un post in cui i componenti del terzo gruppo possono dire qualcosa di negativo sull’intelligenza artificiale, anche solo un: “si vede che è scritto con l’AI”, allora i commenti si sprecano e, come si diceva una volta: “dagli all’untore!!!”.
Eppure…
Vedo un post in cui si parlava di come l’infrastruttura stradale avesse reso l’impero Romano la superpotenza dell’epoca grazie alla certezza di tempi e costi della logistica di: truppe, messaggi e merci.
E da qui allarga il discorso a come la certezza di ottenere qualcosa da parte del cliente sia ciò che determina il successo di un’iniziativa commerciale.
E così Rolls Royce non ti vende motori, ma la certezza delle ore di volo; Red Bull non ti vende una bevanda, ma la certezza di superare ogni sfida; Amazon non ti vende oggetti, ma la certezza della consegna domattina.
Nonostante il post fosse palesemente scritto da un LLM, con quelle formule ormai tipiche e riconoscibili, gli unici commenti che si leggevano erano entusiastici ringraziamenti per la piacevole lezione di storia/marketing.
Neanche uno che si lamentasse dell’Ai.
Neanche uno dei tantissimi che qualche settimana prima urlavano che un’opera di un anziano Monet (un dettaglio delle Ninfee) era in realtà un falso realizzato dall’Ai, “perché si vedeva che era brutta/senz’anima/accozzaglia di colori”
Morale, quando puoi portarti via qualcosa che ti piace o ti è utile, te ne freghi di chi è l’autore: incarti e porti a casa.
L’altro riguarda la tendenza che abbiamo a dare la colpa agli altri anziché ammettere le nostre responsabilità, quando ci troviamo di fronte a qualcosa che riteniamo un torto subìto.
Se il diportista medio sceglie barche che sono, per noi, sbagliate, la colpa è: della comunicazione truffaldina di chi le realizza; dell’ignoranza del mercato e di chi non lo educa; di chi non capisce quanto siano sbagliate.
In pratica: i nostri prodotti sono migliori di quelli della concorrenza ma la gente sceglie e ri-sceglie gli altri.
Allora mi chiedo, e ci si riallaccia a quanto si diceva prima riguardo alle strade romane.
Non è che non ti scelgono perché non dai certezze?
O meglio: sei in grado di raccontare in che modo le certezze che dai tu siano superiori o per lo meno alternative a quelle della concorrenza?
E torniamo sempre lì: pensi che siano i numeri a far decidere le persone.
Sbagliato: i numeri servono a confermare una scelta già presa dell’emotività.
Io non compro una barca perché ha un serbatoio da 1000 litri.
Compro la barca che mi dà la libertà di passare l’intero weekend in giro senza dover sprecare un secondo a rifare il pieno, in fila dietro ad altre tre barche nel caldo delle 10 di mattina, respirando gas di scarico.
Sai come fai a passare dai numeri alle certezze?
Dopo che enunci una caratteristica chiediti: e quindi, che significa per chi usa la barca/il prodotto?
Ecco, così in una volta sola fai tre cose: emozioni, educhi e ti mostri.
Ti pare poco?












