La terribile esperienza con le diapositive delle vacanze altrui

Se hai meno di 40 anni probabilmente l’hai scampato.

Se sei un over 50 ti è toccato più e più volte.

Il drammatico rituale delle diapositive altrui.

Ricordi che serate?! 

Tutti al buio per ore a vedere scorrere immagini della vacanza. 

Di un altro.

Anzi, più spesso di un’altra coppia.

Magari qualcuna bella ce n’era, ma una carrellata di tramonti, ritratti, lei sul terrazzo, lui sulla spiaggia, il ristorante, l’albergo, la palma, il simpaticissimo bagnino (diceva la moglie), a me non stava così simpatico (rispondeva il marito).

E poi il dune buggy, l’escursione, il cammello ecc.

Capito no?

Oggi che questo tremendo rituale sociale non c’è più puoi provare gli stessi brividi in due modi.

Uno: apri un profilo Facebook a caso e ti scorri le fotografie che ci sono state caricate dentro.

Due: guardi la maggioranza dei video (o foto) di barche che si trovano online.

In entrambi i casi hai lo stesso coinvolgimento emotivo che avevi con le diapositive della vacanza di un’altra coppia.

Magari due scatti riusciti meglio, o un’immagine su cui vale la pena soffermarsi e che realmente ti trasmette un’emozione la trovi.

Ma per il resto è un susseguirsi di scene sempre uguali e sempre mute.

Mute perché non ti dicono nulla.

Non c’è una storia, un racconto, un’evoluzione.

Foto? Barca o vuota, ferma, oppure con lui e lei.

Nella seconda versione può essere o ferma o in movimento.

Grazie all’Ai abbiamo oggi anche immagini di barche in movimento senza né lui né lei.

Video? Barca che naviga (ripresa dal drone). Assetto dell’equipaggio: lui al timone, lei sul prendisole (di prua o di poppa). 

Qualche eroico sceneggiatore ha pensato anche una coraggiosissima lettura con lei alle manette, ma in genere a barca ferma.

Forse per far vedere che la signora riesce a stare anche in piedi e non solo sdraiata a prendere il sole.

Fine.

Allora, visto che spendi soldi per le produzioni foto e video, perché ti condanni ad avere una comunicazione che è attraente come le diapositive altrui?

Una barca è una barca. 

Ridotta all’essenziale: una cosa che ti tiene a galla e, volendo, ti sposta da A a B attraverso l’acqua. 

Ogni barca te lo garantisce. 

Anche quella del concorrente.

Quello che solo tu puoi darmi è un motivo per scegliere la tua. 

Non un elenco di caratteristiche. 

Un motivo.

Portami a Capo Nord in agosto. 

Fammi sentire che sono l’unico in rada alle sei di mattina. 

Oppure convincimi che con la tua barca ormeggiata in porto sembrerò uno che ha fatto scelte giuste nella vita. 

Il “morbido passaggio sull’onda” e i “prendisole ampi e spaziosi” li puoi far vedere lo stesso, ma dentro una storia diventano prove, non promesse. 

Lasci che sia il cliente a farsi quell’idea senza bisogno di raccontargliela ancora una volta sempre con le stesse parole.

Alcuni dei brand che hanno avuto più successo hanno puntato proprio su questo cambio di prospettiva.

Uno per cantiere e uno per gli accessori.


Absolute Yachts, con le Navetta, ha venduto volumi, comfort e vita a bordo “tipo casa”, cioè una promessa di esperienza abitativa oltre la barca. 

Dockmate ha ricevuto decine di richieste perché ha mostrato la bellezza di ormeggiare senza stress, non facendo vedere quant’è ergonomico il radiocomando.

Insomma dammi qualcosa che mi sia emotivamente di valore.


E poi penso, ma vuoi vedere che la ragione è un’altra?

Ovvero, i brand fanno contenuti noiosi non perché non sappiano fare di meglio, ma perché hanno paura di raccontare una storia perché una storia implica un punto di vista.

E un punto di vista implica che qualcuno possa non condividerlo. 

Molto più comodo fare la barca che naviga col drone 

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