Nella nautica abbiamo un grosso problema di comunicazione

La nautica ha un problema di comunicazione. 

Non è un problema di prodotto: le barche sono belle, i cantieri offrono ogni tipo di mezzo, i prezzi sono più accessibili di quanto creda la gente. 

Il problema è che raccontiamo il settore come se fosse uno status symbol, non come un’esperienza. 

Da un rapido sondaggio tramite post su Linkedin, la cui domanda era: cosa rispondere a chi considera la nautica un gioco per ricchi.

Le risposte sono state quasi un plebiscito.

Non lo è, una cosa da ricchi, ma è così che viene percepito.

Certo, la maggioranza dei partecipanti è attiva in questo settore e proprio per questo le risposte sono ancora più interessanti.

Perché date da chi è parte in causa, nel bene e nel male.

Partiamo da un dato di fatto: andare in barca non è necessariamente più costoso che praticare tennis a buon livello, sciare per tutta la stagione invernale o praticare enduro in moto.

Quando dici nautica alla ggente, quella con due g, cosa viene in mente?.

I superyacht con la fila delle smeraldine in bikini e pareo a caccia di opportunità, i flaviobriatore con la finanza a murata e la dolce vita con la buonanima di BB su un Riva in Costa Azzurra.

Non si pensa al barchino con il 40 cavalli, alla deriva in un circolo velico, o al vecchio cabinato a vela di 40 anni. 

Perché?

Qui arriva il classico: io sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci tu.

Divertente, ma è una scusa ed è falsa

Chi manda il messaggio deve essere certo che il reale contenuto arrivi al destinatario.

Non ci abbiamo lavorato abbastanza, noi del settore.

Abbiamo raccontato la nautica come eccezione, non come normalità. 

Abbiamo venduto il possesso, non l’esperienza. I ramponi e le corde, non l’arrampicata. I milioni di Sinner, non l’emozione di aver vinto Wimbledon.

Ok, ogni croce che ci portiamo addosso ha due legni.

Uno è quello esterno: infrastrutturale e istituzionale.

Vuoi mettere la barca al secco a prezzo umano? Buona fortuna. 

I porti che te lo consentono sono solo 8 in italia, su 350 marina.

Quelli che potrebbero nascere (sostenibili e con tariffe decenti) non arrivano mai alla partenza burocratica. 

Poi normative poco chiare e sovrapposizioni di competenze.

Mancato coordinamento nazionale su portualità turistica, con decisioni frammentate tra Regioni, Comuni e Autorità Portuali. 

E qui arriva l’altro legno: quanti di questi aspetti sono figli del nostro modo di raccontarci?

Ovvio, siamo italiani e la burocrazia, le lentezze e le inefficienze sono parte della nostra trama quotidiana.

Ma per ciò che ci riguarda da attori: quanto abbiamo lavorato, noi nautici, per creare una cultura dell’andar per mare? 

Invece: quanti di noi hanno mai scritto, pubblicato, gridato che una crociera decente costa meno di una settimana di sci a Cortina? 

Quante aziende hanno mai pensato a una campagna -non una pubblicità, una vera campagna- dove il messaggio era “sì, puoi farlo”? 

A partire dalle basi.

Perché è naturale portare un bambino a sciare in montagna d’inverno, ma mandarlo in mare è strano? 

E i primi motori del mercato nautico, le aziende: quanto contribuiscono a educare il diportista e più in generale il NON diportista?

Sembriamo non renderci conto che il vantaggio è duplice.

Da una parte si allarga direttamente il mercato.

Dall’altra si comincia a raccontare a tutti: che bastano poche centinaia di euro al mese per andare in barca.

Argomento che non deve per forza interessare tutti. 

Facciamo finta che I Benetti, i Ferretti, i Sanlorenzo ecc debbano continuare a parlare solo ai “ricchi”. 

Affermazione opinabile, ma prendiamola per buona.

E tutti gli altri?

Chi produce barchini da 4 metri? Le associazioni di categoria? I circoli nautici?

Educare richiede più tempo e più impegno che comprarsi una pagina di pubblicità.

Ma quanto dura l’effetto dell’educazione e quanto quello dell’advertising?

E per avere la stessa costanza di messaggio, alla fine la pubblicità costa di più, in termini di impegno e investimento, dell’educazione, che per di più ha poi il vantaggio di autosostenersi

Oggi ci sono mille sistemi per trasmettere informazioni, per educare,e anche per farlo in modo divertente.

I social, da Facebook a Youtube passano per i canali Whatsapp e Telegram, le newsletter, i siti aziendali, le sempre vive riviste.

O forse c’è un’altra paura?

Educare richiede di ammettere pubblicamente che la nautica non è una cosa da ricchi. 

Significa perdere lo status symbol che in qualche modo ci protegge.

Ecco perché la pubblicità vince: non espone nessuno. 

E il mercato rimane come è: piccolo, esclusivo, fragile. 

Protetto da una narrazione che continua a proteggerne solo una parte. 

L’alternativa è iniziare a raccontarlo diversamente.

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