In mare o in terra, credere a ciò che leggi è un atto di fede (anche se hai la calcolatrice in mano)

Perché crediamo a qualcosa? 

Di base per due motivi: o perché l’abbiamo vista e sperimentata direttamente, oppure perché ci fidiamo di chi ce la racconta. 

Nel secondo caso, se ciò che ci dicono è – secondo noi – poco plausibile, ci servono dei fatti, dei dati, delle prove che rendano l’affermazione credibile.

Semplice, no? 

In teoria, siamo macchine logiche che pesano i millimetri e i nodi di velocità. 

In pratica, siamo molto più simili a dei fedeli in cerca di una parrocchia.

Il dogma della simpatia

Tralasciamo per un attimo gli aspetti più cinici del nostro cervello, quelli che di solito non ammettiamo neanche a noi stessi. 

Se una fonte “ci sta antipatica” o, più banalmente, non condivide la nostra visione generale del mondo, tendiamo a sottovalutarla. 

Se un cantiere che non ci piace pubblica dati strabilianti, il nostro primo pensiero non è “che ingegneria!”, ma “chissà come hanno manipolato i test”.

Parafrasando Jessica Rabbit: non siamo cattivi, è che siamo cablati così. 

Lo studio 2026 Edelman Trust Barometer lo conferma con una spietatezza chirurgica: il 79% delle persone oggi è incapace di fidarsi di informazioni che provengono da fonti fuori dalla propria “bolla” di valori. 

Se non ti sento simile a me, i tuoi dati per me sono rumore. 

O peggio, bugie.

Ed è esattamente per questo che due barche identiche, raccontate da due cantieri diversi, non vengono percepite allo stesso modo.

Capire è credere (per un istante)

La verità è che leggere è un esercizio di abbandono. 

Secondo il riflesso di Spinoza (studiato da Daniel Gilbert nel suo esperimento Understanding and Belief), il nostro cervello non è un notaio che controlla i documenti prima di firmare. 

Al contrario: per capire una frase, dobbiamo prima accettarla come vera. 

Cosa che tendenzialmente siamo portati a fare.

Il rifiuto di un’idea richiede un processo mentale secondario e consapevole. 

I risultati suggeriscono che gli esseri umani tendono naturalmente alla credulità, specialmente quando non hanno il tempo o le risorse cognitive per analizzare criticamente i dati ricevuti. 

In pratica, il dubbio è un lusso cognitivo che arriva dopo, se abbiamo ancora energie.

Inoltre un rapporto della Rand Corporation del 2018 (The Truth Decay) afferma quanto già sostenuto dalla frase (mai detta da Goebbels): ripetete una bugia cento, mille volte e diventerà una verità.

Ovvero che oggi molto più che in passato tendiamo a confondere opinioni e fatti e a dare sempre più valore alle prime rispetto alle seconde.

Queste conclusioni aiutano a spiegare vari bias cognitivi, come la tendenza a credere alle insinuazioni o la difficoltà nel correggere pregiudizi radicati.

E spesso anche il proliferare e il perdurare, specie nel nostro modo nautico, di cantieri “pirata” che riescono a vedere barche improponibili..

In questo senso, ogni post blog, ogni brochure, ogni scheda tecnica è un lancio di dadi. 

Chi scrive lancia una cima; chi legge decide se afferrarla e darle volta alla sua galloccia. 

Non è un caso che “fede” e “fiducia” abbiano la stessa radice etimologica indoeuropea: *bheidh-, che significa proprio “legare”. 

Quando tu leggi ciò che io scrivo stiamo cercando di fare un nodo insieme.

Il ruolo dei dati: sono ancore, non bussole

Se la lettura è un atto di fede, a cosa servono i dati? 

Non servono a creare la fede dal nulla – quella nasce dalla reputazione e dalla stima – ma servono a sostenerla quando il mare si fa grosso e il dubbio inizia a salire. 

I dati sono le prove che servono alla nostra parte razionale per non sentirsi stupida nell’aver dato credito a una promessa emozionale.

I dati non supportano la fede, la fede non ne ha bisogno.

I dati giustificano una scelta già effettuata.

Nel marketing nautico, il pragmatismo navigato non è l’opposto della fede: ne è il supporto vitale. 

Perché la competenza solida nasce sì dal problem-solving, ma fiorisce solo quando c’è qualcuno disposto a credere che quel problema l’hai risolto davvero.Di’ la verità, prima di controllare la scheda tecnica, hai controllato se chi la firma ti sta simpatico (o se lo reputi competente)?

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