Perché la nautica fatica a essere considerata popolare
Siamo sicuri che la nautica è poco popolare solo perché costa tanto?
O ci sono anche altri motivi?
E siamo sicuri che sia davvero poco popolare o è poco popolare l’immagine che la nautica dà di sé?
I numeri esatti sfuggono, ma partiamo da un raffronto con un altro sport che non è certo economico: lo sci.
In Italia, si contano circa 2–3 milioni di praticanti attivi: oltre 20 milioni di giornate sci all’anno.
La spesa media è di 1.500–2.000€ a stagione per persona (fino a ~2.000€ per una settimana bianca, dati da fonti come ISTAT/Sport e Salute, Anef e Federconsumatori).
La nautica ha dati più frammentati: si registrano ~85mila unità da diporto immatricolate e fino a ~550mila barche complessive (MIT per il primo dato, Confindustria Nautica per il secondo).
Questi numeri si traducono in milioni di persone coinvolte ogni anno.
Proprietari, sportivi, allievi delle scuole di vela e fruitori occasionali
I livelli di spesa sono molto variabili, ma mediamente più alti: da 1.000–3.000€ a persona per una settimana in charter fino a 5.000–15mila€ annui per un proprietario medio.
Come proprietario medio penso a un armatore di un 9 metri che rimane nella fascia bassa di spesa se sta al Sud e pone attenzione a quanto carburante consuma, e vola verso l’estremità costosa se si trova al Nord e affonda la manetta ed esce spesso.
Insomma, chi va in barca non registra uno skipass, ma ragionando per ordini di grandezza, la base di utenza è comparabile.
La nautica, se si guarda bene, più che di nicchia sembra solo non misurata.
Tuttavia, i due mondi funzionano in modo opposto: lo sci è un consumo tracciato, accessibile e concentrato nel tempo.
La barca risulta più selettiva in termini di costo, ma distribuisce il valore lungo tutta la stagione, trasformandosi da spesa episodica a sistema esperienziale.
In altre parole: lo sci vende tempo limitato (una settimana), la nautica vende continuità (un’intera stagione), con un valore percepito e una capacità di spesa superiori.
Si potrebbe fare lo stesso ragionamento sul tennis: un appassionato che gioca un paio di volte alla settimana e si prende anche un maestro sborsa ogni anno circa 4000 euro.
E secondo la Federazione italiana tennis e padel di praticanti attivi, in Italia ci sono circa 6,5 milioni (con circa 1,5 milioni di tesserati).
Quindi i numeri finali di spesa e di praticanti tracciano un quadro abbastanza definito: la nautica non è necessariamente un’attività con costi “fuori di testa”.
Per quanto riguarda l’acquisto della barca, allora?
Si trova qualsiasi cosa sia nel nuovo sia nell’usato.
Ho sempre trovato strano che nessuno confronti il prezzo d’ingresso di una barca con quello di una moto che costa quanto un’auto.
Calcolando che la moto più venduta in Italia negli ultimi due anni (circa 4.000 unità all’anno) è il BMW GS 1300 che costa circa almeno 22mila euro (per il modello Adventure si parte da circa 28mila).
Con la stessa cifra si trovano eccellenti barche cabinate usate: certo più cresce la dimensione più indietro si deve andare con l’anno del varo.
Ma comunque oggetti che ti consentono di farti anche le tue crociere e, di certo, moltissime giornate in mare.
E se uno la cerca a vela, e non a motore, le occasioni aumentano sia in dimensione o, in alternativa, in giovinezza.
Anche la dimensione è sufficiente: per anni ho navigato in lungo e largo per l’Arcipelago toscano in famiglia o con un paio di amici su un 25′.
Allora il problema sono i posti barca?
Sia la Confindustria nautica sia il MIT affermano che c’è circa il doppio dei posti barca delle unità registrate.
Certo con una forte disparità territoriale e senza tenere conto di quei barchini che ufficialmente non esistono, ma che comunque occupano una superficie
In ogni caso significa che il collo di bottiglia, se è questo, non si sa bene dove sia.
Allora il loro costo?
È vero, varia molto, ma esistono cooperative e associazioni che rimettono ai soci poco più che i soli costi demaniali, per una spesa di poche centinaia di euro l’anno.
Quindi?
Se ci si limita ai soli numeri dettati dagli euro che un diportista deve cacciare, non sembra che il grosso discrimine sia questo.
Non più di altri sport considerati normali.
Il punto è un altro.
A tenere lontane le persone è prima di tutto il modo in cui la raccontiamo.
Continuiamo a venderla come un lusso invece che come qualcosa che si può fare.
Finché la raccontiamo come privilegio di pochi invece che come possibilità per molti, resterà per pochi.
Il racconto è la nota dolente.Molto più che il prezzo.













