Ho passato le ultime settimane immerso in un esperimento di lettura estrema: ho analizzato i testi promozionali di oltre 50 aziende del settore.
Tutti reali, tutti destinati a essere pubblicati.
Mentre scorrevo questo florilegio, mi sono chiesto: ma è possibile che nessuno se ne renda conto?
È possibile che chi scrive queste presentazioni non si accorga di essere l’eco di qualcun altro?
Non fraintendiamoci: queste aziende vendono.
Alcune sopravvivono, altre prosperano, più meno tutte consegnano barche.
Ma lo fanno lasciando la scelta del cliente al caso.
Alla conoscenza diretta, alla vicinanza geografica o magari a uno sconto dell’ultimo minuto.
Non vendono perché il loro brand ha piantato una bandiera nel cervello dell’armatore, ma perché “passavano di lì”.
Qualcuno l’ha definito: il merito dell'”eralismo”: hanno scelto lui perché era lì.
La top 10 dell’invisibilità (su 54 comunicazioni analizzate)
Se prendi questi testi e li frulli insieme, ottieni una melassa semantica indistinguibile. Ecco le espressioni che ho trovato ovunque, con i numeri reali della loro (ab)uso:
- “Ampio” (citato 47 volte): è l’aggettivo per eccellenza. In barca è tutto ampio: il prendisole, la finestratura, il display, lo spazio vitale, il pozzetto, il passavanti, lo spazio relax, il salone… e non ampio ulteriormente il concetto
- “Passione per il mare/della nautica” (citata da 18 aziende): La frase d’apertura standard. È il minimo sindacale per mettersi a lavorare con uno degli oggetti più voluttuari (e costosi) che esistano, non una strategia di marketing.
- “Comfort e prestazioni” (15 aziende): Il binomio magico che vorrebbe dire tutto e non dice niente. Quante barche conoscete vendute come “scomode e lente” (a parte quelle a vela per i velisti più realisti del re)?
- “Cura dei dettagli / Minuziosa articolazione degli spazi” (14 aziende): Una clausola di stile che ormai è diventata rumore di fondo. A un certo punto mi aspettavo che qualcuno mi citasse la nonna che rifinisce le tappezzerie all’uncinetto. E anche la disposizione del layout degli interni, questa realizzata con il cesello. Dal nonno.
- “Materiali di alta qualità / Rifiniture di pregio” (11 aziende): bah, buttato là come un’autodichiarazione. Senza mai specificare se parliamo di acciai che resistono a dieci anni di salino o di legni che non scottano a mezzogiorno. Mi ricordano un mio amico che fino a quando non è stato costretto a avere la carta di identità per prendere la patente di guida, andava in giro con una pagina di quaderno (a righe) nel portafogli con scritto, testuale: “Dichiaro che questo ragazzo è [Nome] e [Cognome]. Il Babbo [Firma del babbo]”.
- “Design innovativo / Linee pulite ed eleganti” (10 aziende): La descrizione estetica universale, valida per un gozzo di 5 metri come per un superyacht. E lo sappiamo bene quanto siano ben vestite e igieniche ‘ste linee, signora mia…
- “Esperienza indimenticabile / Vivere il mare a 360°” (9 aziende): Una promessa geometrica e vaga che non evoca nessuna emozione reale. Vorei che qualcuno mi spiegasse anche come si vive il mare a 180° e come si vive a 270°. Come si vive a 90° non lo chiedo che tanto so già che sarebbero solo rispostacce da caserma.
- “Eccellenza artigianale / Made in Italy” (8 aziende): Usata anche da chi assembla componenti industriali senza aver mai visto una pialla. Che poi, se devo avere a che fare con delle finiture stilistiche, estetiche o di estrema personalizzazione, mi sta anche bene prediligere l’artigianalità, ma se sto comprando un pezzo di serie spero che sia il più simile possibile alle altre unità per avere la certezza che il pezzo di ricambio è di sicuro quello, che l’impianto elettrico è fatto in un certo modo, che tra la presa a mare della cucina e quella del dissalatore c’è posto per installare un frigo più ampio, E poi, i dati ufficiali di La Nautica in Cifre ci dicono che il vero Made in Italy è un asset da miliardi di euro che meriterebbe di essere raccontato con molta più precisione tecnica.
- “Soluzioni personalizzate / Custom” (7 aziende): Spesso riferito solo alla scelta del colore dei cuscini. Giuro è vero e non aggiungo altro
- “Tecnologia all’avanguardia” (6 aziende): Un termine ombrello che nasconde la mancanza di innovazioni reali da comunicare. La tecnologia all’avanguardia nel 2026 sono i computer quantici, i sistemi di Ai avanzati che svolgono ricerche mediche o che realizzano cortometraggi nel giro di ore, androidi in grado di muoversi come ginnasti. I display touchscreen anche da 21 pollici o la costruzione in infusione NON sono tecnologie all’avanguardia
Se la tua comunicazione si basa su queste dieci pietre angolari, non stai comunicando: ti stai mimetizzando.
Il coraggio di chi alza la testa
Per fortuna, in mezzo a questo oceano di “già letto”, ci sono 5 o 6 realtà che hanno deciso di smettere di giocare a nascondino.
Non sono necessariamente i più grandi, ma sono i più chiari.
C’è chi ha avuto il fegato di definirsi una “boutique nautica”.
Non promettono tutto a tutti, ma dicono: “Siamo selettivi, strategici, personali”.
Vendono un rapporto prima ancora di una carena.
È un posizionamento che dichiara: “Non siamo per chiunque”.
Ho letto di chi ha smesso di rincorrere il mito della velocità per posizionarsi come una “villa sull’acqua”.
Dicono chiaramente che non gli importa di farti volare sui nodi, ma di eliminare la barriera tra te e il blu con vetrate così ampie (ebbene sì succede anche nelle migliori famiglie) che ti sembra di dormire direttamente sulla superficie del mare.
Questa è una scelta: qui il cliente non sceglie “una barca”, sceglie “quel modo di abitare il mare”.
Altri si salvano ancorandosi alla storia vera.
Citano i padri fondatori e la filosofia di assistenza totale post-vendita (perché le barche belle vanno curate, non solo vendute) o l’orgoglio di una tradizione geografica specifica.
Parlano di legni e mani che lavorano in un determinato golfo da generazioni, creando un racconto che profuma di territorio.
Infine, c’è chi punta sull’ingegneria che risolve problemi.
Non vendono “accessori”, vendono “soluzioni di design” nate per rendere ogni manovra sicura.
Qui la parola d’ordine è utilità, non decoro.
La scelta del brand vs la scelta del caso
Quando un cliente legge 45 testi identici, la sua scelta cade su chi costa meno o su chi ha il concessionario più vicino a casa.
È una vendita casuale.
Quando un cliente legge un testo che parla dei suoi problemi, dei suoi desideri specifici o che esprime una visione del mondo in cui si riconosce, allora compie una scelta di brand.
In LLiquida ci chiediamo spesso: possibile che i titolari dei cantieri non sentano questo stridore di denti ogni volta che leggono la loro brochure?
La competenza solida non nasce solo dal saper risolvere i problemi tecnici in banchina, ma anche dalla capacità di saper raccontare perché quella soluzione è diversa da tutte le altre.
Non serve un abito sartoriale (quanti ne ho letti di cucito addosso), serve un’identità che si riconosca, anche senza leggere il nome del marchio.












