È intrigante vedere quanto le aziende e gli esseri umani, spesso si comportino allo stesso modo.
Ovviamente, parlo di comunicazione, ma le similitudini riguardano anche il comportamento e il carattere dei suddetti insiemi.
Abbiamo perso il colore, dicevo qualche giorno fa e non lo abbiamo perso solo nelle macchine o nei ristoranti.
Lo abbiamo perso anche nella nostra narrazione.
In questi giorni stiamo cercando una persona da inserire in LLiquida.
Arrivano curriculum di ragazz* e di individui più maturi, donne e uomini in cui l’unica cosa che cambia è il riquadro dove sono concentrati i dati personali.
Per il resto sono la stessa sequenza di espressioni, un ammasso di concetti prefabbricati che sembrano usciti da un generatore automatico di mediocrità rassicurante.
Eccolo, il Candidato Universale, il manifesto del blanding applicato all’essere umano:
“Profilo dinamico e fortemente motivato, con spiccata attitudine al problem solving e al lavoro di squadra.
Grazie alle esperienze maturate negli anni, ho consolidato una leadership organizzativa che mi permette di gestire lo stress e agire con risolutezza in contesti sfidanti, non temendo incarichi di responsabilità nell’ottica di un miglioramento continuo.”
Se leggi queste righe e pensi “beh, non c’è niente di male”, sei già caduto nel tranello del grigio: è il rumore bianco del nulla.
Queste parole sono come le barche grigie in una fiera di barche grigie: non le vedi.
Se tutti sono “dinamici”, nessuno si muove.
Se tutti risolvono problemi, perché siamo ancora sommersi dalle rogne?
Questa è la dittatura della conformità: ci appiattiamo sul “prepensato” non per pigrizia, ma per terrore.
La conformità ci garantisce di non essere “quello strano”.
Ci fa paura dire chi siamo perché temiamo che la nostra verità ci escluda.
Ma è esattamente il contrario: la tua verità è il tuo posizionamento.
Io non sono una multinazionale con un algoritmo al posto del cuore.
Io sono una persona che deve scegliere un altro cristiano con cui interfacciarsi potenzialmente otto ore al giorno.
E in quei curriculum non trovo mai un “cristiano”.
Non trovo sogni, non trovo idiosincrasie, non trovo quello che ami o quello che detesti.
È assurdo.
Se il tuo sogno è fare il nomade digitale e lavorare da una spiaggia in Portogallo, dimmelo subito! Sei proprio quello che cerco.
Se odi la violenza e l’idea di lavorare per un cliente che vende articoli da pesca ti fa star male, scrivilo!
Risparmiamo tempo entrambi. Io aiuto a vendere barche, e sì, le comprano anche i pescatori. Se me lo dici dopo tre colloqui, abbiamo buttato via ore di vita che non tornano indietro.
E viceversa: se creare immagini con l’AI ti esalta al punto da dimenticarti di cenare, è quella la scintilla che cerco.
Ma se non la scrivi, se la nascondi dietro un generico “buona conoscenza dei sistemi informatici”, la tua candidatura finisce nel buco nero delle mail lette a metà tra una telefonata urgente e un caffè.
Il paradosso del cantiere (e del cliente). Succede la stessa identica cosa con le barche.
Il cliente cerca un’emozione in cambio di un assegno pesante, e il cantiere gli risponde col solito catalogo grigio: “Innovazione nel solco della tradizione”.
Perché non mi dici chi sei?
Perché non mi dici che la tua barca è fatta per chi vuole sentire il sale sulla faccia e non per chi vuole stare in un salotto galleggiante che sembra una clinica svizzera?
Il Valore senza Colore è una promessa che non brilla.
Se sei uguale a tutti gli altri, l’unico parametro che resta per sceglierti è il prezzo.
E scendere a patti sul prezzo è l’inizio della fine, che tu sia un cantiere o un candidato.
Smettila di dirmi che sei “come quest*”.
Dimmi perché dovrei ricordarmi di te quando chiudo la mail.












